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COOPERATIVA LA MACINA, IN PRIMA LINEA NELLA LOTTA AL CORONAVIRUS

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La lotta al Coronavirus ha protagonisti che non hanno gli onori della cronaca ma con un ruolo fondamentale in particolare nei servizi ai cittadini e nella cura alle persone. Questi protagonisti hanno i volti degli operatori socio-sanitari, degli educatori, degli inservienti, delle commesse; lavoratori molto spesso invisibili ai media ed operanti in cooperative, come La Macina. La Cooperativa, nata nel 1996 a Cantiano nella Provincia di Pesaro/Urbino è sostenuta anche da CFI ed opera nei settori dell'assistenza sociale e socio-sanitaria, dell’educazione e dell’ambiente (case di riposo, asili nido, centri riabilitativi, assistenza educativa e domiciliare, camp estivi e colonie). Nel 2019, contando su 130 soci lavoratori, ha raggiunto un fatturato vicino ai 3 milioni di euro. Della cooperativa e dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, abbiamo parlato con Antonella Merolli, Vice Presidente de La Macina.

Vice Presidente Merolli, come state affrontando l’emergenza Coronavirus?
Siamo estremamente provati. È difficile gestire questa emergenza perché ci troviamo ad affrontare dei percorsi assistenziali e riabilitativi con cui non abbiamo mai avuto a che fare. Il momento storico ci costringe ad assumere un ruolo di responsabilità etica e professionale che esula dall’ordinaria attività di gestione delle strutture. I nostri operatori sono chiamati a farsi carico di una dimensione assistenziale del tutto nuova che ha visto, tra l’altro, aumentare considerevolmente il loro lavoro. Nessuno, però, si tira o si è mai tirato indietro.

Ci sembra che i vostri operatori, oggi più che mai, rappresentino una grande risorsa civile di generosità e di solidarietà…
Sì, è proprio così. Se pensiamo alle molteplici difficoltà legate all'organizzazione dei turni, alle malattie, alle defezioni dal lavoro dettate da quarantene preventive per salvaguardare il benessere dei nostri utenti, dobbiamo riconoscere che i soci stiano svolgendo un lavoro professionale e di grande impegno civile, che a volte assume, per attaccamento alle persone, i caratteri di una missione. Abbiamo soci, ad esempio, che rientrano in servizio spontaneamente, per garantire i livelli essenziali di assistenza e far fronte così alle defezioni dei colleghi assenti per malattia. Il tutto senza poter garantire a nessuno di loro un’indennità di rischio perchè gli appalti sottoscritti non hanno clausole che tengano conto di condizioni e situazioni simili a quelle che stiamo vivendo.

Quanto rischiano i vostri operatori in questa situazione?
Il rischio di contagio, per loro, è elevato. Ancor prima dei Decreti che si sono susseguiti nel mese di marzo e ancor prima delle Direttive emanate dall'Azienda Sanitaria Unica della Regione Marche in materia di gestione di contenimento del contagio, noi de La Macina avevamo verificato quali fossero le condizioni di sicurezza delle nostre strutture. In particolare erano stati analizzati e messi a punto protocolli preventivi da adottare nelle Case di Riposo e nelle Residenze Protette per anziani. Avevamo redatto un elenco di Dispositivi di Protezione Individuale per assicurare ad ogni operatore la massima protezione dal contagio, sia all'interno dei gruppi di lavoro, sia nell'interazione con i nostri assistiti. In questa prospettiva, secondo le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità in materia di diffusione del Covid-19, ci siamo dotati sin da subito di guanti, mascherine, copricapi, camici e tute. La preoccupazione però resta. Non è facile riassortire i sistemi protettivi. La pandemia mette a dura prova il settore produttivo dei dispositivi di protezione personale perché la domanda dei sistemi sanitari delle nazioni di tutto il mondo è esplosa. Vorremmo su questo, come su altri versanti, che il Paese non ci lasciasse soli.

Vi sentite soli…
Contribuiamo alla soluzione dell'emergenza e siamo sicuri che sarà superata ma auspichiamo per il futuro un maggiore coordinamento tra le istituzioni. Il mondo del Terzo Settore, e questa emergenza lo conferma una volta di più, è sempre stato in prima linea. A partire dalla crisi del 2008, si è consolidato come uno dei settori in maggiore crescita economica pur promuovendo l’incremento del benessere individuale e collettivo. Ci aspettiamo, perciò, che la lotta contro il Covid-19 porti ad una svolta nell’ambito delle politiche socio-sanitarie ed educative. L’operato di una cooperativa come la nostra contribuisce alla costruzione di un welfare di comunità che avvicina le persone e la società, permettendo la trasformazione del mal-essere in ben-essere. Spesso però questo non viene riconosciuto. Lo stesso vale per molti dei nostri operatori che svolgono delle attività poco considerate dalle istituzioni e dai mass-media perché operano fuori dalla luce dei riflettori, possono apparire inesistenti ma mostrano grande dedizione alla comunità e alle persone.

Gli argomenti di cui parla meriterebbero un ulteriore approfondimento. Purtroppo, però, c’è spazio solo per un’ultima domanda. Che cosa ha significato per voi, in una situazione di emergenza come questa, essere una cooperativa?
Ci siamo sentiti ancor più una comunità, unita dalla volontà di dare supporto ai più deboli e alle famiglie degli utenti, degli operatrici e degli operatori. Il nostro obiettivo, da quando è cominciata l’emergenza Coronavirus, è stato quello di promuovere l’empatia e le relazioni interpersonali. Siamo certi che così, nonostante le difficoltà a livello sanitario, economico e sociale, fra non molto, si dovrà pensare alla “ripartenza”. La preoccupazione è che il distanziamento sociale, che non si sa quanto ancora durerà, potrebbe aver creato un “distacco” nella psicologia degli individui. Dovremo, quindi, lavorare molto sulla relazione sociale e sui rapporti di comunità, i soli che possono contribuire a ricreare i presupposti per una reciprocità esperienziale.
Andrea Bernardini
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